.
Annunci online

yoni [ fratelli maggiori ]
 


A quelli che mi chiedono: "e i palestinesi?" Rispondo "io sono un palestinese di duemila anni fa, sono l’oppresso più vecchio del mondo, sono pronto a discutere con loro ma non a cedergli la terra che ho lavorato. Tanto più che laggiù c’è posto per due popoli e due nazioni". Herbert Pagani, Arringa per la mia terra, 1975.

 
 
 

 







Se volete contattare Yoni, scrivete a yoni-blog@libero.it

Che tempo fa ad Eilat

The WeatherPixie

Pianta un albero in Israele con un click! KKL Keren Kayemet LeIsrael KKL Keren Kayemet LeIsrael KKL Keren Kayemet LeIsrael KKL Keren Kayemet LeIsrael KKL Keren Kayemet LeIsrael KKL Keren Kayemet LeIsrael


27 dicembre 2004


Un incontro con il figlio di un sopravissuto al pogrom di Hevron (1929)

Di ritorno da Tel Aviv a New York il 21 dicembre in un aereo dell’El Al, mi trovo seduto vicino a un uomo più anziano di me con una barbetta nera (certamente tinta) con un taglio da vecchio lupo di mare. Dopo un po’ cominciamo a parlare. Si chiama Yosef Mishael. Mi spiega che Mishael, con Hanania e Azaria, era il nome di uno dei compagni di Daniel nella prigionia babilonese. Yosef è in viaggio da Tel Aviv a Portorico a trovare dei parenti. È nato a Tel Aviv e ha lavorato per molti anni nella marina mercantile israeliana girando tutto il mondo. La famiglia della madre ha abitato a Hevron per otto generazioni. Il padre Zecharia Mishael è morto alcuni anni fa a 97 anni e lasciò Hevron dopo il famoso pogrom quando decine di ebrei furono trucidati dagli arabi. Lavorava a Hevron come appaltatore edile per il governo mandatario britannico e di venerdì per fare una mizvà andava alla Yeshiva per fare le riparazioni necessarie all’edificio.

La Yeshivà di Hevron era stata fondata all’inizio degli anni Venti ed era composta da studenti venuti dalla Yeshiva di Slobodka nella Polonia lituana. Alcuni erano scapoli. Altri erano li con le famiglie. Il loro arrivo aveva aumentato il piccolo contingente ashkenazita della popolazione ebraica di Hevron che era stata prevalentemente sefardita.

Yosef racconta che suo padre gli disse che venerdì 23 agosto 1929, mentre lavorava nell’edificio della Yeshiva, un conoscente arabo lo venne ad avvisare che la situazione stava diventando "calda" ed era bene correre ai ripari. Avvisò subito gli studenti che, immersi negli studi, non lo presero molto sul serio. Dopo un po’ cominciarono a volare sassi verso l’edificio della yeshiva e Zecharia fece chiudere e sprangare le porte che erano di ferro. Quando vide che gli arabi stavano cercando di aprire le porte con il piede di porco disse agli studenti che bisognava scappare o prepararsi a difendersi. Vedendo che non riusciva a far capire a questi studenti europei la gravità della situazione decise di nascondersi. Andò in cucina dove sapeva che c’era una botola nel pavimento che copriva un pozzo e si nascose li con l’acqua che raggiungeva la cintura. Dopo un po’ senti le voci degli arabi che erano riusciti a sfondare le porte. Gli studenti della yeshiva vennero sgozzati con i coltelli come degli animali. Lui uscì dal pozzo il giorno dopo quando dei parenti lo vennero a cercare e senti le loro voci che lo chiamavano.

Il resto della famiglia fu salvato da una vicino di casa arabo che si mise di fronte alla porta e disse agli assassini che se volevano uccidere i suoi ospiti avrebbero dovuto uccidere lui per primo.

Yosef Mishael racconta che i suoi fratelli maggiori erano nati a Hevron. Lui era nato a Tel Aviv nel 1935 dopo che i suoi genitori avevano lasciato la città. Aggiunge: "Noi sefarditi abbiamo vissuto tra gli arabi e li conosciamo meglio degli ashkenaziti che hanno mandato avanti questo paese per tanti anni". Secondo Yosef, gli ashkenaziti si sono illusi per molti anni e ancora si illudono che facendo concessioni e cercando il compromesso si possa fare la pace. E sbagliano perché "Gli arabi ti rispettano solo se sei forte".

Degli atti individuali di sadismo commessi da arabi non si è mai letto molto sui giornali; gli israeliani fin dai tempi della guerra del 1947-48 non hanno mai menzionato atrocità nei loro comunicati ufficiali. Il motivo, spiegò Arthur Koestler nel suo libro "Promise and Fulfilment" scritto nel 1949 come cronaca della guerra dell’Indipendenza dello Stato d’Israele, era che "...la propaganda delle atrocità [commesse dai nemici] è efficace solo quando si riferisce ad atti accaduti a distanza sicura; altrimenti può diffondere il panico...".

Dopo aver descritto la distruzione da parte degli arabi del kibbutz Sha’ar Hagolan, il Koestler scrive che in altri posti i cadaveri degli ebrei caduti nelle mani degli arabi furono spesso trovati castrati e con gli occhi tirati fuori. E queste atrocità non erano cominciate con la guerra: "Dai giorni delle prime moshavot quando un ebreo veniva trovato ucciso per la strada era stato quasi sempre mutilato"... "Il fatto è che non bisogna romantizzare il gentile selvaggio. La gentilezza disarmante e l’ospitalità della gente primitiva e il loro più o meno idillico modo di vivere hanno portato a una generale attitudine nostalgica nei loro confronti, passando in silenzio sul [loro] sadismo infantile...".

Dal pogrom di Hevron sono passati ormai 75 anni. Anche se vogliamo dimenticare gli orrori del passato e sperare che si possa costruire una vita basata sulla democrazia e sulla coesistenza, le immagini delle mani di un arabo sporche del sangue di due ebrei che erano finiti per un tragico errore sulla strada che conduceva a Ramallah, gli sgozzamenti di Daniel Pearl in Pakistan e di altri in Iraq ci ricordano che la coesistenza pacifica è possibile solo con persone civili in paesi civili.

D. Grosser




permalink | inviato da il 27/12/2004 alle 9:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
sfoglia     novembre        gennaio